Storia

Le prime notizie sulla formazione della biblioteca annessa al museo compaiono nell’Informazione sul Museo civico di antichità di Trieste nel 1879, autore Carlo Kunz: la pubblicazione raccoglie e segnala ad un pubblico più vasto le relazioni annuali che il direttore deve rendere alla Municipalità sulla sua gestione, tracciandone le tappe fondamentali [Carlo Kunz, Il museo civico di antichità di Trieste : informazione, con note illustrative del Lapidario triestino del d.re Carlo Gregorutti. Trieste: Tip. e calc. G. Balestra & C., 1879. 102 p., 4 c. di tav. : ill. ; 26 cm.].

A Trieste un museo in nuce si costituisce il 10 giugno 1843, inaugurato da Pietro Kandler, “nel giorno dell’anniversario della morte di Winckelmann” scrive Carlo Kunz, (di fatto l’anniversario cade l’8 giugno) e prende il nome di Museo lapidario. Nonostante le sollecite richieste del direttore Pietro Kandler che cerca di superare numerose difficoltà, prima fra tutte lo scarso interesse dimostrato dal comune,
il Consiglio municipale delibera l’istituzione del Civico museo d’antichità, con un proprio statuto, degli impiegati e una dotazione annuali, solo il 9 luglio del 1873, esattamente trent’anni più tardi.

La sede si presenta duplice: l’Orto lapidario è all’aperto sul colle di San Giusto con la gliptoteca ornata delle opere di scultura e dei marmi raccolte dagli Arcadi sonziaci, fondatori anche della Biblioteca civica, mentre le collezioni paletnologiche, la collezione numismatica e le “altre meraviglie”, il cosiddetto Gabinetto, trovano una
collocazione nella parte posteriore dell’edificio scolastico di piazza Lipsia, oggi piazza Attilio Hortis, costrette a condividere gli spazi con l’Accademia di commercio e nautica, la Biblioteca civica e il Museo di storia naturale.
Nei Resoconti Kunz segnala puntualmente l’incremento annuale della biblioteca del museo: primo nucleo fondante, la raccolta di Vincenzo Zandonati, acquisita nel 1870 che consta di 221 volumi, tra cui 6 cinquecentine e 30 manoscritti, e nel decennio 1874-1883, corrispondente alla sua reggenza, annota ben 1669 volumi.

Le più cospicue biblioteche private incrementano quella del museo sotto la gestione del direttore Alberto Puschi (1884-1919); nel 1884 lo stesso Carlo Kunz da’ “l’intera sua libreria” (570 volumi), nel 1885 da Giuseppe Lorenzo Gatteri, il pittore-collezionista come lo definisce 0reste Basilio, il museo riceve il lascito di 165 volumi unitamente a quadri, mobili, stampe e nel 1895 gli eredi di Pietro Pervanoglù, membri del curatorio per vent’anni, donano 1639 volumi di soggetto archeologico e storico.

Tutte queste raccolte comprendono edizioni del Cinquecento e del Seicento che formeranno il futuro Fondo antico, delle quali comunque non si sottolineano l’importanza e il valore bibliografico.
Negli Atti del museo civico d’antichità in Trieste del 1903, Alberto Puschi afferma “come tutti i musei di qualche importanza, anche il nostro, dispone di una biblioteca di consultazione, che al presente annovera 6260 volumi, ed al cui incremento si provvide coll’annua dote”  [Museo civico d’antichita’ in “Atti del museo civico d’antichità in Trieste”. N. 3(1903), p. 36]. 

Nel 1909 il nuovo statuto ridenomina l’istituto “Museo civico di storia d arte” e lo ordina in sei sezioni regolate da proprie norme: alla sesta sezione, relaziona Alberto Puschi nel 1911, “appartengono l’archivio di facsimili e fotografie e la biblioteca di consultazione: quello formato di calchi di epigrafi, d’impronte di gemme, monete, medaglie e sigilli; di copie e modelli di oggetti, di fotografie di antichità, edifici ed opere d’arte, e di ogni altro genere di riproduzioni raccolte per giovare allo studio ed alla classificazione…; questa composta, oltre che dalle pubblicazioni di storia patria, di dizionari, di antichità, numismatica, ecc. di cataloghi di musei e collezioni specialmente d’opere di archeologia ed arte ed in generale di tutti quei libri che le altre biblioteche non hanno interesse di possedere, ma che sono invece di massima importanza per questo istituto ed indispensabili per i lavori ai quali esso deve attendere” [Alberto Puschi, Il programma e la funzione del Museo civico di storia ed arte di Trieste (gia’ museo civico d’antichita’) in “ Atti del museo civico d istoria ed arte (gia’ museo civico d’antichita’). N. 4 (1911), p. 21-22].

Lo statuto non si occupa in altro modo della biblioteca se non per il prestito di libri che non “è ammesso” se non in “alcuni casi eccezionali” (art.17)

[Statuto organico del Museo civico di storia ed arte (gia’ museo civico d’antichita’).
Trieste : Stabilimento artistico tipografico G. Caprin, 1909, p. 10
Art. 2 Il museo, nel suo ordinamento interno, si divide in sezioni regolate da proprie norme e suddivise in gruppi conforme al genere, all’epoca e alla provenienza della suppellettile che lo compone. Delle quali sezioni: la prima comprende le collezioni archeologiche; la seconda le raccolte patrie; la terza la pittura, la scultura e le diverse serie di oggetti dell’arte decorativa ed industriale del medio evo e dei secoli piu’ vicini; la quarta le raccolte etnografiche; la quinta il gabinetto di numismatica, araldica e sfragistica; la sesta l’archivio di facsimili e fotografie e la biblioteca di consultazione.].

Appare chiara l’importanza data alla fotografia, giudicata strumento fondamentale nell’attività del museo che nel 1907 riceve il corredo di fotografie e disegni originali fatti eseguire, sin dall’anno 1890, da Giuseppe Caprin per le sue pubblicazioni delle Marine istriane, Lagune di Grado e Pianure friulane. Nel 1906 si erano già comperate “118 fotografie di soggetto patrio e 45 speciali dei monumenti di Torcello, e se ne ebbero in dono altre 48 riferentesi tutte alla nostra città”, la quantità assomma allora a 1250 pezzi, “ordinate in due classi distinte, di cui l’una abbraccia l’intera Regione Giulia e comprende vedute, monumenti, edifici, opere d’arte e persone; l’altra consiste specialmente di riproduzioni di capolavori dell’arte classica, di monumenti d’antichità, dell’epoca paleocristiana, della bizantina e della medioevale … E’ nostra intenzione di aumentarla anche negli anni successivi, così da formare a poco a poco un vero archivio fotografico, che oltre a servire agli scopi particolari del museo, gioverà agli studiosi della storia e dell’arte ed offrirà un prezioso materiale,
quando, mutate le tristissime condizioni del presente, potremo tenere nella sede del museo conferenze e lezioni a beneficio della cultura popolare”

[Relazione del Civico museo di antichità per l’anno 1900-[1911] in “Verbali del
Consiglio della citta’ di Trieste”. A. 41 (1901)- a.52 (1912)]

All’ordinamento statutario che ribadisce l’importanza delle collezioni museali, non corrisponde di fatto un’adeguata sistemazione dell’istituto che rimane chiuso al pubblico dei visitatori per dieci anni, dal 1909 al 1919 [Piero Sticotti, Cronaca: 7 dicembre 1919].
Le accurate relazioni del direttore Alberto Puschi inviate all’Inclita Presidenza Municipale e pubblicate nei Verbali del Consiglio della città di Trieste dal 1900 al 1911, rendicontano le spese specificate per punti (Collezioni, biblioteca, scavi,  pubblicazioni, spese correnti, etc.), segnalano le attività e soprattutto gli incrementi del patrimonio, dagli oggetti di scavo agli oggetti d’arte, alle pubblicazioni, alle stampe e alle fotografie.
Dal 1900 al 1911 per la biblioteca si spendono da un minimo del 14 % a un massimo del 19% della rendita annua.
Negli annali manoscritti il direttore scrive che si procede a “una fase di registrazione degli incrementi suddivisa per doni e acquisti”, mentre solo nel 1921 Piero Sticotti, successore di Puschi nella direzione, “da’ avvio al nuovo e definitivo inventario dei libri con schede di autore e di materia”

[Gabriella Coen Foschiatti, La biblioteca dei Civici musei di storia ed arte. Trieste : Civici musei di storia ed arte, 1968, p. 9].

In realtà il registro d’entrata non riporta la data delle acquisizioni, data che è possibile recuperare se non con un confronto dal registro dei doni e degli acquisti o direttamente dalle note d’acquisizione delle schede di catalogo.

Nell’aprile del 1925 per il museo e la biblioteca si apre la nuova sede di via della Cattedrale che risolve l’annoso problema dello spazio. Si recide il cordone ombelicale che tiene legato quest’istituto agli altri istituti culturali civici e avviene anche una suddivisione del patrimonio librario, concordata tra i direttori del museo e della biblioteca civica: alcune raccolte di periodici ed alcune monografie vengono destinate all’uno e all’altro istituto, a seconda delle aree di interesse e di pertinenza [Piero Sticotti, Cronaca: 1, 2, 5 ottobre 1920].
La collaborazione così auspicabile tra istituti dipendenti dallo stesso ente, che aveva inciso, per l’arco di un sessantennio, sulla scelta delle acquisizioni e aveva evitato nel limite del possibile la proliferazione dei doppioni, si conclude così con un’ultima, oculata operazione. Nel 1926 un’altra importante biblioteca privata incrementa il patrimonio librario del museo, quella di Carlo Marchesetti, direttore del Civico museo di storia naturale, medico, botanico, zoologo, ma soprattutto archeologo, conosciutissimo nel mondo accademico per gli scavi di Santa Lucia di Tolmino. Il gesto di Marchesetti, alla luce di quanto abbiamo letto nella cronaca del 18 giugno 1894 [Alberto Puschi, Cronaca: 18 giugno 1894], sembra riparatore rispetto a un passato di lotte intestine e di dissapori, forse una maggiore comprensione del ruolo degli istituti cittadini si è fatta strada in un completamente mutato clima politico. Seguono gli anni di raccolta dei documenti e degli oggetti, attestanti l’attività irredentista di triestini e istriani che formano il nucleo del Museo del Risorgimento. Archivi di lettere, volantini, relazioni, manifesti, proclami, cartoline, fotografie, “realia” vengono elencati puntigliosamente, conservati gelosamente, non sempre catalogati.
Tra queste raccolte la più notevole per consistenza e peculiarità è quella di Filippo Zamboni, giovane combattente con il Battaglione Universitario Romano, nel Veneto nel 1848 e a Roma nel 1849 con Garibaldi a difendere la città dai francesi accorsi ad aiutare il papa. Fallita l’impresa romana, dopo aver girovagato per l’Italia, nel 1856 si trasferisce a Vienna dove lo hanno preceduto i familiari: in quella città è attivo membro del Circolo Accademico Italiano e si dedica all’insegnamento privato della lingua italiana. Nel 1910, il lascito di Filippo Zamboni (integrato e perfezionato nel 1915, nel 1927 e nel 1936 dalla vedova, signora Emilia Dagnen de Fichtenhein, sua cugina di primo grado) perviene ai musei. Comprende la sua biblioteca, i suoi manoscritti, i volumi da lui stampati, i quadri, la collezione numismatica, la corrispondenza con numerosi personaggi a lui coevi (anche prestigiosi letterati e uomini politici), le fotografie, i documenti di varia natura che incrementano la raccolta di Storia Patria mentre i cimeli del Battaglione Universitario Romano (relativi agli anni 1848 e 1849), assieme a materiale inerente la partecipazione di volontari giuliani alle guerre risorgimentali e l’esercito papale, rafforzano notevolmente il primo nucleo di testimonianze adatte a dar vita ad una sezione sul Risorgimento Italiano.

Nel 1922 inizia il versamento del dono di Eugenio Popovich, che continua nel 1925 e si completerà quindi nel 1931. Popovich, la cui famiglia è originaria delle Bocche di Cattaro, rimasto orfano della madre in fasce, viene mandato dal padre, un capitano marittimo attivo sul Mar d’Azov, a Trieste affidato alle cure della nonna materna e degli zii. Frequenta i primi studi al Ginnasio triestino e passa nel 1856 al Liceo italiano di Capodistria. Là ha inizio la sua opera patriottica che gli vale l’affetto di Carlo Combi, dei Gravisi, dei Belli. E’ condiscepolo del futuro Re Nicola del Montenegro e diviene il migliore dei suoi amici. Consegue il diploma di maturità al Ginnasio di Zara nel 1860 e si iscrive all’Università di Graz. Nel 1860 accorre in Sicilia ma vi giunge quando l’impresa dei Mille è già conclusa. Nel 1861 fa parte del I Comitato segreto Triestino-Istriano che si è costituito sotto la presidenza di Eugenio Solferini.
Nell’autunno dello stesso anno è studente all’Università di Pisa assieme ad altri giovani giuliani e trentini e rimane fino al novembre dell’anno 1863 ritrovando il principe Nicola con cui riannoda l’antica amicizia. Si laurea a Bologna nel 1864 in Scienze Politiche e Giuridiche. Durante la sua permanenza a Pisa crea il Comitato Triestino di quella città, è attivo nella Società Democratica e nel gruppo locale dell’Associazione Emancipatrice fondata da Garibaldi con il programma di Roma o Morte. Fonda anche il Comitato per la Polonia assieme a Pilade Medici e Carlo de Negri. L’attività giornalistica di Popovich inizia già ai tempi della scuola, scrive sui principali quotidiani del Regno. Tra gli anni 1875 e 1877 firma molti articoli sul quotidiano La Nazione con lo pseudonimo E. Tergesti per evitare di esporsi a ritorsioni da parte delle autorità austriache. Per il giornale Il Diritto invia interessanti corrispondenze dalla zona d’operazioni durante la guerra che scoppia alle frontiere della Bosnia-Erzegovina. Nominato console del Montenegro a Roma il 15 maggio 1897 dal principe Nicola, d’intesa con Umberto I, è elevato a console generale con patente del 12 settembre 1900. Ricchissima è la documentazione del suo archivio. La sua biblioteca rispecchia gli interessi e il lavoro diplomatico del personaggio, contempla la realtà dei Balcani dalla fine dell’Ottocento sino ai primi anni del Novecento.

Lasciti ingenti si susseguono negli anni Quaranta, di Mario Morpurgo de Nilma (1944), di Anna Sartorio Segrè (1947) e un’altrettanto importante donazione, non registrata, anche se cospicua, quella di Salvatore Sabbadini. Nel 1943 li precede il dono di Aldo Mayer, figlio di Teodoro, fondatore de “il Piccolo”, consistente di circa 2200 volumi. Aldo Mayer è l’autore di dozzinali romanzi di tono propagandistico-declamatorio (Comanda, noi ubbidiamo, La canzone dell’Arno, etc.).
Nella biblioteca compaiono opere minori dei classici della letteratura italiana, prevalgono le opere di inizio secolo, ma di tono minore e decisamente scadenti, pochissime le opere straniere ed in lingua originale. Solo queste quattro biblioteche private non sono state smembrate per essere inserite nelle varie sezioni della biblioteca dei Civici musei di storia ed arte. Due sono parte integrante dei musei che le ospitano, il Museo Morpurgo e il Museo Sartorio.

La Biblioteca di Mario Morpurgo, citata pure nell’Annuario delle biblioteche italiane, consistente di 2500 volumi, “contribuisce con le pregevoli rilegature a completare l’arredo ottocentesco dell’ambiente” [Annuario delle biblioteche italiane. Roma : Palombi, 1969-1981, v. 5, p. 131-132. In data 8 maggio 1964 è stata definitivamente assegnata al Museo Morpurgo, dopo l’esame dei volumi da parte del direttore della Biblioteca civica, Sauro Pesante, in conformità al testamento ereditario]. Si precisa che solo nel 1964 (8 maggio) viene definitivamente assegnata al museo, dopo l’esame a cui la sottopone il direttore della Biblioteca Civica, che decide di rinunciare ad essa, anche se le volontà testamentarie l’avrebbero destinata all’istituzione più importante.

Un’analisi accurata ne fornisce la studiosa Anna Millo per ritrarre la personalità del suo possessore, Mario Morpurgo, ebreo convertito, ricco possidente, rampollo di una famiglia che vanta titolo nobiliari per meriti finanziari. “Non si tratta della biblioteca di un intellettuale, quanto quella di chi ha compiuto un solido apprendistato di tipo umanistico, che ne ha segnato la formazione e che, pur all’interno di un gusto conservatore, si rivela in grado di produrre qualche criterio originale di orientamento” [Anna Millo, L’élite al potere : una biografia collettiva 1891-1938. Milano : Angeli, 1989, p. 196, p. 65].

La biblioteca presenta alcuni autori della letteratura tedesca (Goethe, Schiller, Heine), i classici della letteratura francese, inglese, americana in lingua originale, i maggiori autori della letteratura italiana in pregevoli edizioni settecentesche e per l’Ottocento tutta la produzione d’intonazione risorgimentale, opere letterarie del Novecento, in prevalenza testi teatrali, i classici greci e latini in traduzione tedesca o francese, una sezione di storia, di filosofia, d’arte e di saggistica; interessanti sono le opere antisemite che, ipotizza Anna Millo, testimoniano la voglia “i fare i conti con la propria tradizione anche attraverso il pensiero di avversari e nemici”.

La biblioteca Sartorio, ricca di 8700 volumi, lasciata dalla baronessa Anna Sartorio Segrè al Comune di Trieste, è una splendida raccolta di volumi che documentano in particolare gli interessi e le curiosità di un componente della famiglia, Giovanni Guglielmo Sartorio, una figura che, assieme ad altri triestini nell’Ottocento, ha partecipato all’ascesa della città nel mondo degli affari e ha dato vita ad iniziative pubbliche particolarmente meritevoli. Giovanni Guglielmo Sartorio è uno degli uomini nuovi che riceve titoli di nobiltà per i suoi meriti nell’ambito degli affari, come Pasquale Revoltella, i Morpurgo, ma che rivela, attraverso la sua raccolta libraria, tutti i suoi interessi e le sue curiosità di uomo che avrebbe voluto poter dedicare più tempo agli studi.
Le opere presenti sono state ricercate con cura sul mercato, la loro rarità non è dovuta alle legature o alle edizioni di pregio, quanto ai percorsi intellettuali che le unisce idealmente.

La biblioteca privata di Salvatore Sabbadini, professore di greco e latino al ginnasio comunale Dante Alighieri dal 1895 al 1938, collega di Piero Sticotti, conservatore e poi direttore del museo, ha una storia travagliata di smembramenti e di recuperi: si è salvata, possiamo dire così, perché è stata occultata, nascosta nella biblioteca del museo, riuscendo a sottrarsi alla distruzione che le sarebbe stata riservata in quanto biblioteca di un ebreo praticante, negli anni dell’occupazione nazista. Grazie all’amicizia di Sticotti e poi di Silvio Rutteri nei confronti di Sabbadini e all’istituzione pubblica, che ha favorito l’operazione di conservazione, una pregevolissima raccolta di testi religiosi in ebraico, unita alle altre opere di studio del professore Sabbadini, valorizza la biblioteca dei Civici musei.
Il catalogo e la descrizione della biblioteca e dell’archivio di Sabbadini sono consultabili nel volume di Michela Andreatta e Claudia Morgan, La biblioteca e l’archivio del Fondo Salvatore Sabbadini dei Civici musei di storia ed arte di Trieste (Trieste : Civici musei di storia ed arte, 2003).

Negli anni dal 1945 al 1954 si accolgono numerosi doni, il più cospicuo di Mario Nordio del 2 maggio 1944 elenca 217 pubblicazioni

Nel 1948 si registra la presenza di personale che si occupa della biblioteca a tempo pieno, che segue gli indirizzi dei direttori e che cerca di darle una struttura organizzata.

Nel 1968 Gabriella Foschiatti Coen, dopo vent’anni di lavoro, descrive quanto è stato fatto e inconsapevolemente confessa un aspetto del passato che ci dà uno squarcio divertente “è interessante raffrontare con i tempi attuali un altro importante aspetto delle via della nostra biblioteca: l’afflusso dei lettori” [Gabriella Foschiatti Coen, La biblioteca dei Civici Musei di Storia ed arte. Trieste : Civici musei di storia ed arte, 1968, p.13 ]. Spetta alla Foschiatti Coen l’ardua impresa di condurre la biblioteca per quarant’anni sino al 1988, con una grande maestria, se si valutano i pochi strumenti di lavoro che le vengono concessi. Quando lascia il suo ufficio, la biblioteca consta di circa 25.000 documenti inventariati, ma senza una collocazione, molti doni ancora intatti da inventariare e collocare, magazzini in disordine, cataloghi per autori e per materia quanto mai approssimativi, ben lontani dalle Regole di catalogazione per autori, dagli standard descrittivi, da classificazioni universalmente conosciute.

Negli anni 1990-1991 si decide di procedere all’automazione della biblioteca perché solo con uno strumento di tale efficacia si sarebbero potuto affrontare e risolvere i problemi enunciati. Si attua il piano di catalogazione di tutti i fondi inventariati e di quelli che ancora non lo erano: acquistano visibilità il lascito Rusconi, la biblioteca Sartorio e Sabbadini, per citare quelle raccolte più cospicue e interessanti. Nel 1996 il CED del Comune promuove il progetto dell’unificazione dei cataloghi automatizzati e nel 1999 anche la biblioteca dell’Archivio generale del comune utilizza il medesimo software. Il passaggio ad un unico data base in rete è la logica conseguenza e ciò avviene nel 2000. Per iniziativa dell’Archivio generale, con il contributo finanziario degli altri partecipanti, si acquista nel 2002, un nuovo software di gestione denominato Alexandrie. 

La positiva esperienza di collaborazione che portò alla creazione di un catalogo unificato delle collezioni bibliografiche in cui sono presenti anche immagini e oggetti museali attraverso una collaborazione tra i singoli istituti che coinvolge tutte le professionalità tecniche necessarie (informatici, fotografi, bibliotecari, archivisti, esperti museali). Tuttavia il cittadino era costretto a consultare due cataloghi, entrambi delle biblioteche comunali: il catalogo del Polo Sebina Openlibrary SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale dell’Università degli Studi di Trieste – TSA), a cui avevano già aderito la Biblioteca civica Hortis e le biblioteche di pubblica lettura a cui afferiscono le biblioteche dell’Università di Trieste e del territorio, e il Catalogo locale integrato dei beni culturali Kentika, che includeva esclusivamente il patrimonio delle biblioteche museali e dell’Archivio Generale.

Lo straordinario patrimonio museale era poco consultato perché i dati informativi contenuti nel Catalogo Kentika non dialogavano con nessuno degli strumenti di ricerca presenti in rete. 

Il problema dell’isolamento è stato superato grazie alla migrazione/riversamento dei dati bibliografici contenuti nel Catalogo Kentika nel Polo Sebina Openlibrary SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale dell’Università degli Studi di Trieste – TSA). Al tempo stesso, i nostri utenti dispongono di un’inedita finestra sui patrimoni bibliografici dei partner che costituiscono la rete SBN (biblioteche statali, universitarie, scolastiche, accademie, istituzioni pubbliche e private operanti nei più vari settori disciplinari). Il progetto di collaborazione in logica di sistema a rete è stato realizzato a seguito dell’Accordo interistituzionale sottoscritto il 13 giugno 2017 tra l’Area Educazione, Cultura e Sport del Comune di Trieste e la Direzione Centrale cultura, sport e solidarietà della Regione Autonoma FVG.